Errata corrige: l’esibizione milanese di Sonny Rollins del 2 novembre avrà luogo al Teatro Dal Verme, non al Manzoni, pur trattandosi dell’apertura di stagione dell’Aperitivo in Concerto, che ha al Manzoni la sua sede tradizionale.
Specifico poi che, inaspettatamente, io ci sarò. Sarebbe bello incontrarvi qualche lettore del mio blog.
Un altro off topic per un’altra cosa che tengo a cuore. A Milano, nello spazio Bitte in via Watt 37, si è iniziato ieri (proseguirà fino a domenica) il festival del fumetto Streep. Un altro, dirà qualcuno? No, perché Milano, come altre città, abbonda di mostre-mercato ma non ha mai avuto una manifestazione del genere, che a un’esibizione curatissima di quaranta pannelli che raccontano la storia del fumetto unisce proiezioni e conversazioni con autori, fra i quali Bacilieri, Gipi, Robecchi, Parisi e, domenica, José Muñoz. Sempre domenica (credo) verrà ripetuta la bella videointervista che Enrico Deaglio ha condotto, espressamente per Streep, con Art Spiegelman.
Ah, e a parziale riscatto dell’off topic: Sabato 24, Ore 23.00: «Trane Painting»: Paolo Parisi disegna sulle musiche di John Coltrane accompagnato da Christian Ferlaino al sax, Giovanni Falvo alla batteria e Luca Bernard al basso.
Il tutto si deve a un gruppo di devoti appassionati: Giancarlo Ascari, Alessia Bernardini, Paolo Interdonato, Veronica Lepidi, Matteo «Flipper» Marchetti, Diana Santini, Annaluce Canali.
Sottolineo il caro Paolo Interdonato (che io chiamo Iperdonato per la sua mercuriale iperattività), che ha perfino avuto la bontà d’inserire il mio nome nei ringraziamenti.
Roberto Natalini, matematico, dirigente di ricerca CNR, pubblica sul sito da lui gestito un intervento in cui contempera la sua passione/lavoro, le matematiche, con un’altra sua grande passione, David Foster Wallace (il quale coltivava la matematica più che da dilettante).
La lettura è irrinunciabile per gli appassionati di DFW ed è forse un'utile e insolita introduzione allo scrittore per chi ancora non lo conosca.
(Grazie per la segnalazione a Roberto stesso, sodale nell’insostituibile mailing list Wallace-l).
Infliggo al mio selezionatissimo pubblico un frammento autobiografico: ho cominciato ad ascoltare il jazz seriamente appena prima di compiere i 13 anni, nel 1977; era marzo e la conto fra le date cruciali della mia vita, perché fu il jazz che accese, in successione rapidissima, le altre mie passioni artistiche: letteratura arte cinema, e fu ascoltandolo e poi studiandolo che accostai la prima volta riflessoni di estetica e di linguistica e anche, in misura assai minore, di sociologia (sì, ero abbastanza noioso già a 13 anni). La musica era già nei miei interessi, suonando io il piano da un po’, ma non ancora preminente.
Il primo disco che comperai fu l'Impulse! di Coltrane titolato «Selflessness», che conteneva il brano con quel titolo (formalmente lo ricordo come una specie di versione light di Ascension) e due mirabolanti esecuzioni dal festival di Newport del 1963, My favorite Things e I Want to Talk About You (in quel periodo Roy Haynes sostituiva Elvin alla batteria). Il disco mi costò 5.500 lire.
Ma all’origine di tutto fu l’ascolto di cinque musicassette («audiolibri») pubblicate dalla Mondadori in cui Arrigo Polillo raccontava la storia del jazz con grande dovizia di musica. Mi erano state prestate da un amico di scuola, il cui padre (il famoso illustratore Ferenç Pinter) ne aveva realizzate le copertine.
Qualcuno, vecchio almeno quanto me, se le ricorda? Mi piacerebbe tanto riascoltarle. E già che ci siamo, sarei curioso di leggere nei commenti quale sia stato il vostro esordio di ascoltatori jazzistici.
PS Il primo concerto jazz lo sentii il 17 novembre successivo, credo un giovedì, al mai abbastanza rimpianto Capolinea di via Ludovico il Moro a Milano: Lee Konitz con Martial Solal. Chissà come suonarono in quell’occasione: io di sicuro ero al settimo cielo. Mi accompagnava il babbo…
Suonerà a Milano, al teatro Manzoni, il 2 novembre prossimo alle 21. Nell’occasione, ripubblico un pezzo che scrissi anni fa in occasione della ristampa, rimasterizzata e ricca di alternate takes, di uno dei suoi dischi più famosi, «Way Out West».
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I’m An Old Cowhand / I'm An Old Cowhand (alternate take) / Solitude (Ellington) / Come, Gone / Come, Gone / Wagon Wheels / There's No greater Love (Jones-Symes) / Way Out West / Way Out West.
Sonny Rollins (ten.), Ray Brown (cb.), Shally Manne (batt.) New York, 7-3-1957.
OJC20 337-2, distr. Warner Italia
Il fotografo William Claxton (Jazz See, Taschen, 1999) ha un aneddoto sullo scatto famosissimo della copertina di questo disco, che, com’è noto anche a chi non lo abbia mai sentito, ritrae il ventisettenne Sonny Rollins nel mezzo di un calcinato deserto da film con tanto di cactus e cranio di vacca, in tenuta da cowboy, equipaggiato di stetson (il tipico cappello a larghe tese), cinturone con fondine e con il sax tenore imbracciato a mo’ di un Winchester 73 (l'immagine, col senno di poi, ha un suo rigore filologico, dal momento che, come non tutti sanno e ancor meno sapevano, la maggior parte dei vaccari del «Far West» era negra, donde il nomignolo dispregiativo «boy» al posto di «man»). L’idea di quel setting western, umorosamente kitsch e fuori standard per un disco di jazz, era stata di Claxton e aveva solleticato l’estroso saxofonista: i due, racconta Claxton, si erano divertiti molto durante la seduta fotografica. All’uscita del disco, però, non mancarono nemmeno fra i musicisti i bigotti – erano quegli gli anni che preludevano alle più violente tensioni razziali in USA – che giudicarono la foto poco confacente a un artista nero serio e compreso nel ruolo e, insomma, non dignitosa. Sempre ipersensibile alle critiche, pare che Sonny se la prendesse alquanto, arrivando a nutrire per anni un sordo malanimo verso il fotografo.
It’s weird to feel like you miss someone you’re not sure you even know.
Infinite Jest

David Foster Wallace, 21 febbraio 1962 – 12 settembre 2008.
Ricevo e volentieri pubblico:
Un anno d’oro per il jazz, esattamente mezzo secolo fa, portò all’arte
afroamericana un’eccezionale serie di opere, che Musica Jazz, rivista specializzata
tra le più longeve e insieme moderne in Europa, rievoca in un numero speciale (in
edicola a settembre). Qualificati critici italiani e stranieri vi esaminano cinque
opere di valore assoluto create, appunto in quel 1959 così produttivo, da
altrettanti impareggiabili talenti.
Si tratta di Miles Davis e del suo «Kind Of Blue», che apriva la via del jazz
modale; di John Coltrane e dei suoi vigorosi e geniali «Giant Steps»; di Dave
Brubeck e di quel «Time Out» che giocava mirabilmente con le più complesse
formule di tempo; Ornette Coleman e «The Shape Of Jazz To Come», davvero un
preannuncio di nuovi tempi e nuove arditezze per il jazz; Charles Mingus e «Ah
Um», mossa autenticamente rivoluzionaria sul piano musicale e perfino su quello
politico, con la famosa satira antirazzista.
Come è particolarità della rivista (che fu la prima a inserire in ogni suo numero
la testimonianza di un disco fuori commercio), il lettore potrà ascoltare brani tra i
più significativi tratti da ciascuno di quei capolavori.
Ricordo che questo è il primo numero di Musica Jazz a uscire presso il suo nuovo editore, 22 Publishing.
Quella notte di luglio famosissima in cui Armstrong poggiò circospetto il bianco piedone sulla terra della Luna (e nel farlo pronunciò una fanfaluca compitatagli mesi prima dalle Pubbliche Relazioni della NASA), il mondo, come dicono i giornalisti in gamba, tirò un sospiro di sollievo. Per lo scrivente, cinquenne, un’aspettativa torturante cominciò invece solo in quell’attimo preciso: quanti minuti sarebbero trascorsi, fatta la tara all’esasperante barbosità di tutta la messinscena, prima che Armstrong si levasse il casco, rivolgesse all’universo buio, per illuminarlo, il suo sorriso invincibile e premesse le amatissime labbra a mestolo al bocchino della tromba per lasciar risuonare (ci avrei scommesso) la sublime cadenza d’apertura di West End Blues? Oh l’idea meravigliosa e poetica: che il primo uomo sulla Luna fosse quel medesimo che quasi cinquant’anni prima più d’ogni altro aveva rivelato al mondo, cambiandolo per sempre, il pianeta jazz!
Ma già vedendolo girarsi penosamente, raggiunto poi dall’oscuro collega Aldrin (che non conoscevo: c’era sì un Moz Aldrin, clarinettista del Dixieland Revival, ma mi sapeva male che Satchmo si accompagnasse, nell’occasione, a uno strimpellatore di seconda schiera, bianco per di più), non capivo dove potesse tenere la custodia dello strumento. E il tempo passava, passavano le ore, che se ore erano qui da basso, filtrate dalla televisione fino al lago d’Orta, lassù dovevano essere settimane, almeno, mesi. Niente. Louis e quell’Aldrin si baloccarono con certe pietrazze, che ce n’era di meglio sagomate e di più vivo colore in riva al Sesia; fecero un giretto, ciuf ciuf ciuf, su una goffa automobilina a pedali, anche poco dignitosa se vogliamo; poi risalirono la scaletta, e ciao Luna.
Sì, certo, anch’io vidi nei giorni successivi, in televisione, sulla Gazzetta, quell’Armstrong contraffatto, con la faccia da odontoiatra o da vetrina di barbiere (e quel che è peggio, bianco come me anzi di più) e due labbruzzi invisibili che sul bocchino della tromba o della cornetta non avrebbero prodotto che un pflit! sputoso ed equivoco; e con una vocetta bianca da baco da seta. Che brutto scherzo. Che errore stupido: non il mio, ma quello di chi, potendolo fare (e sono certo che Louis, che non si era peritato di suonare perfino per i comunisti rossi dell’Unione Sovietica, non avrebbe rifiutato), non aveva mandato sulla Luna Louis Armstrong. A suonare da là, per tutti i lunatici di lassù e di quaggiù, West End Blues, Stardust, Basin Street Blues, Lazy River…
Comunque Louis Armstrong sulla Luna c’è poi stato, forse per conto suo, non so, e ha suonato e cantato e ballato con la sua All Stars, che aveva Jack Teagarden al trombone ed Earl Hines al pianoforte. Io lo so per certo, perché da allora l’ho sognato molte volte, e io sogno sempre solo cose vere che sono successe veramente, dato che non ho fantasia. Una volta, con loro, c'erano anche Buster Keaton e Duke Ellington.
Oh, come vorrei che aveste potuto vederli anche tutti quanti voi!
Il mio lavoro è quello del traduttore. Quando sono fortunato traduco dei bei libri, ma quando sono molto fortunato traduco dei libri di jazz (è successo l’anno scorso con l'autobiografia di Count Basie).
Uno dei libri di soggetto jazzistico più belli (su questo vige il consenso di chiunque l'abbia letto) è l’autobiografia di Art Pepper, Straight Life. Da qualche anno cerco senza successo un editore italiano interessato e per questo tempo fa ne avevo approntata quella che nell’ambiente editoriale è nota come la scheda di lettura. La pubblico ora qui: chissà che non serva.
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Straight Life. The Story of Art Pepper di Art e Laurie Pepper
Da Capo Press, 1994
Pag. 558
Si tratta della seconda edizione dell’autobiografia del saxofonista jazz statunitense Art Pepper, ghostwritten dalla moglie Laurie e pubblicata in origine da Schirmer nel 1979, qui integrata con gli eventi degli ultimi anni di Pepper (che morì nel 1982), una prefazione del critico Gary Giddins, una postfazione di Laurie Pepper, numerose fotografie e una discografia. Sulla genesi del libro, si veda oltre.
I. Il personaggio e la vicenda
Art Pepper nacque nei pressi di Los Angeles nel 1925 da un marinaio mercantile e da una quindicenne di origine italiana. Con un padre spesso assente e, quando presente, autoritario e manesco e una madre irresponsabile, il ragazzo fu affidato alla nonna paterna, donna emotivamente arida. Pepper cominciò la carriera musicale nei primissimi anni Quaranta, all’apice della Swing era, nelle orchestre di Lee Young e di Benny Carter e si fece poi le ossa nei locali della Central Avenue losangelina, pittorescamente descritta nel terzo capitolo del libro (The Avenue). Entrò nel 1943 a far parte dell’orchestra di Stan Kenton, allora negli anni della sua massima popolarità. Fu arruolato (ma non combattente) dal 1944 al ‘46, quindi ancora con Kenton dal 1946 al ‘51, vincendo i referendum delle riviste specializzate e costruendosi in breve tempo la reputazione di migliore fra i saxofonisti bianchi e in particolare di miglior sax alto dopo Charlie Parker.
Due anni fa all’incirca facevo réclame qui sopra a un lavoro mio che niente aveva a che vedere col jazz (del resto non è dal jazz writing che traggo sostentamento: diversamente, vista la frequenza con cui ultimamente lo pratico, sarei alla fame da quel dì).
Uso di nuovo il blog per annunciare che da qualche giorno è nelle librerie il romanzo di Heather McGowan Duchessa del nulla, edito dalla Nutrimenti di Roma per la collana Greenwich curata, direi amorosamente, da Leonardo Luccone. Costa 16 euro. Potete leggerne gratis il primo capitolo (file .pdf).
Il romanzo, come il precedente della medesima autrice per il medesimo editore, Schooling, è molto bello, anzi, lo è di più. L’ho tradotto dall’inglese io.