Nome: Marco Bertoli Faccio il traduttore e il giornalista; scrivo di jazz sulla rivista Musica Jazz e mi diletto del pianoforte e della composizione.
Abito a Milano. bertmarco (at) gmail . com
Milano, teatro Manzoni, Aperitivo in Concerto: 26 settembre 2007, Zawinul Syndacate & Absolute Ensemble; 15 ottobre, Lee Konitz & Ohad Talmor; 11 novembre, Jack DeJohnette & The Ripple Effect; 12 novembre, Charles Tolliver Big Band»; 19 novembre, «Iswhat?!» con Archie Shepp e Oliver Lake.
A inaugurazione della stagione dell’Aperitivo in Concerto, l’orchestra da camera statunitense Absolute Ensemble si è unita allo Zawinul Syndacate per proporre le musiche di Joe Zawinul, morto solo pochi giorni prima, negli arrangiamenti di Gene Pritsker e sotto la direzione di Kristjan Järvi. Orchestra, direttore e arrangiatore avevano proposto all’Aperitivo, due anni fa, un tributo a Frank Zappa. Le musiche di Zawinul per il Syndacate non si prestano altrettanto bene al trattamento e le orchestrazioni di Pritsker, spesso omoritmiche, con l’orchestra intera usata come sezione, sono talvolta apparse sovrapposte alle composizioni. Comunque Järvi, laddove richiesto, si è confermato concertatore e direttore preciso e i quattro del Syndacate hanno mostrato lo smalto e la vitalità consueti soprattutto nei brani più ritmicamente vivaci.
Pure nella stagione scorsa si era visto Lee Konitz con il nonetto del saxofonista Ohad Talmor, dei quali non si può che ripetere il bene che se n’era detto allora; gli arrangiamenti di Talmor si adattano a Lee come un guanto alla mano, stavolta applicati anche a composizioni del saxofonista stesso, del quale si è risentita, ampliata, la blues suite ChromaticLee, basata su otto frammenti blues.
Anche il quintetto di DeJohnetteThe Ripple Effect ci costringe a ripeterci: come l’anno scorso, siamo rimasti stupiti che un musicista come DeJohnette cada nello stereotipo del batterista-leader che tutto trasforma in un assolo continuo, magari in tempi come 17/8 o 11/4. Perfino John Surman (che ha suonato il tenore e il soprano) sembrava una comparsa qualsiasi; Ben Surman con due laptop, la cantante e percussionista brasiliana Marlui Miranda e il chitarrista- bassista Jerome Harris condivano il tutto, ma con poco sapore.
La sera dopo, Charles Tolliver ha invece figurato benissimo con la sua già nota big band: non tanto in alcuni arrangiamenti evidentementi debitori a Thad Jones e non privi di leziosità, ma in altri più semplici, eseguiti anche con una certa ruvidezza, su tempi dispari e strutture a maglie larghe, proiezione dello stile inconfondibile del leader, la cui tromba, pur lievemente appannata dagli anni, rimane personale e veemente, soprattutto in una velocissima versione di ’Round Midnight memore delle sue famose esecuzioni con Max Roach e poi nei suoi trii e quartetti. Nell’orchestra un’altra vecchia conoscenza, Billy Harper, messo però quasi in ombra dall’altro tenorista Bill Saxton, Howard Johnson, il delizioso pianista Kirk Lightsey; fra i giovani, il batterista Gene Jackson e il promettente altista Todd Bashore.
L’hip-hopper e beatboxerNapoleon Maddox ha proposto la sua caratteristica versione acustica e jazzistica del genere in un quintetto con Archie Shepp, Oliver Lake, «Cheme» Gastelum, Joe Fonda e Hamid Drake. La mistura è ben riuscita, Shepp dà sfoggio a ogni aspetto del suo istrionismo e Hamid Drake, pur in una cornice musicale uniforme e schematica, riesce a suonare tutto quanto è oggi possibile suonare su una batteria, con un swing e una naturalezza incomparabili.