A prima vista

Due o tre cose che so di jazz

Marco Bertoli

Utente: Ipofrigio
Nome: Marco Bertoli
Faccio il traduttore e il giornalista; scrivo di jazz sulla rivista Musica Jazz e mi diletto del pianoforte e della composizione. Abito a Milano. bertmarco (at) gmail . com

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sabato, 10 maggio 2008

Mulgrew Miller / Jerry Bergonzi

Mulgrew Miller
«Live At The Kennedy Center, Vol. 1»
(MAXJAZZ MXJ 217, distr. Ird). Il vocabolario mainstream «post-bop» è ormai così ampio e variato che sotto le dita di un musicista capace come Miller, sulla durata di un CD e perfino su un terreno come quello degli standard, può capitare di non imbattersi due volte nella stessa formula. Ma pur sempre di formule si tratta. Miller, che è un ponte fra il mainstream propriamente detto e il pianismo hard bop rivisitato, simile in ciò a pianisti per certi versi assimilabili quali John Hicks e Donald Brown, è bravissimo ed è un piacere sentire uno stile che compendia così ingegnosamente e con tanto gusto Tyner, Hancock, Peterson (di cui Miller sta diventando il sosia giovane) e Phineas Newborn, ma sono questi troppo evidenti rimandi che ci fanno preferire i suoi dischi con fiati o il suo lavoro di sideman a questo trio del 2002. Eccellenti tuttavia i suoi giovani compagni, il batterista Rodney Green e soprattutto il bassista Derrick Hodge.

Jerry Bergonzi
«Tenorist»
(SAVANT SCD 2085, distr. Ird). Come nel precedente cd «Tenor of the Times», anche in questo il saxofonista di Boston dichiara fin dal titolo la natura pura, di studio, della sua ricerca musicale, personificata nel corpo (e nel suono corporeo, dalla superficie organica e cangiante) del suo strumento. Questo quartetto americano ha la chitarra di John Abercrombie al posto del piano di Renato Chicco, e il risultato ne profitta: l’astrattezza di temi e svolgimenti trova un cachet sonoro più appropriato e Abercrombie sa anche mettersi da un canto durante gli avventurosi assoli del leader, che qui si distingue come sempre anche come compositore, soprattutto con With Reference, dove il «riferimento» è ai duetti Marsh-Konitz o ancora meglio Marsh-Ted Brown. E Warne Marsh è un’influenza qui più del solito avvertibile nel suo stile personalissimo. Con Dave Santoro al contrabbasso e Adam Nussbaum alla batteria.

(Musica Jazz, 2007)

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